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- admin
- lug 08, 2016
Il video è incentrato sulla storia della cooperazione allo sviluppo a partire dagli anni ‘60 e mostra le diverse strategie per la lotta alla povertà sperimentate durante il secolo.
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Povertà
Ogni paese definisce la povertà in maniera diversa. Per misurare la cosiddetta «povertà relativa» si considera il reddito disponibile di una persona in rapporto a quello medio della società in cui tale persona è inserita. Con il termine «povertà estrema» o «povertà assoluta», invece, si intende la condizione in cui un individuo non possiede i mezzi finanziari sufficienti per soddisfare i propri bisogni primari. Le persone che si trovano in questa situazione vivono al di sotto della soglia di povertà.
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La soglia di povertà indica un livello di reddito al di sotto del quale non è possibile accaparrarsi tutte le risorse necessarie per la sopravvivenza. Secondo Banca Mondiale, si parla di estrema povertà quando, nel caso degli negli Stati Uniti, si è costretti a sopravvivere con 1.90 US$ o meno al giorno oppure con 57 US$ al mese. Questa stima varia a seconda del paese di riferimento e dipende dal suo potere d’acquisto ovvero dalla quantità di merci commerciate o consumate con una determinata quantità di denaro.
Secondo le stime dell’ONU, negli ultimi 25 anni il tasso di povertà estrema mondiale si è dimezzato. Tuttavia, nel 2015, il 9,6% della popolazione mondiale si trovava ancora in una situazione di estrema povertà.
Colonialismo
Le spedizioni portoghesi in Africa e spagnole in America nel XV secolo diedero il via alla colonizzazione del mondo da parte degli Stati nazionali europei. Nel giro di 500 anni, le potenze europee posero sotto il proprio controllo numerosi territori dell’Africa, America, Asia, Australia e Oceania. L’aspirazione principale di tali potenze era quella di insediarsi economicamente e territorialmente in nuove terre accrescendo il proprio potere.
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Il colonialismo favorì oltretutto il commercio degli schiavi e l’emigrazione dei coloni europei. Di conseguenza, il movimento di popolazione comportò la diffusione di concetti europei di cultura, lingua indogermanica e cristianesimo. Allo stesso tempo, si istaurarono rapporti di interdipendenza a livello mondiale di tipo economico e politico. Le condizioni commerciali inique, ancora oggi sfavorevoli per gli stati ex colonie, rimangono una triste conseguenza del colonialismo.
A partire dalla fine del XVIII secolo, sempre più colonie furono protagoniste di conflitti sanguinosi per la conquista dell’indipendenza e lo status di Stato-nazione. Sebbene la maggior parte di esse ottenne l’indipendenza entro la fine del XX secolo, ancora oggi alcuni territori rimangono occupati.
Aiuto allo sviluppo
Il discorso del presidente americano Harry S. Truman nel 1949 introdusse il concetto di aiuto allo sviluppo. Affermando che metà della popolazione mondiale viveva in povertà, Truman esortò ad aiutare i più bisognosi nella lotta contro la povertà. Per la prima volta nella storia dell’umanità, la conoscenza e la tecnica vennero messe a disposizione del prossimo. In realtà però, assieme al desiderio di aiutare, vi era la consapevolezza che la povertà avrebbe rappresentato una minaccia anche per gli stessi paesi benestanti. Inoltre, l’aiuto allo sviluppo doveva fungere come strumento indispensabile per la diffusione di ideologie e per la sconfitta del comunismo.
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Truman definì gli stati più poveri come «paesi sottosviluppati» e di conseguenza quelli più ricchi come «paesi sviluppati». La sua idea prevedeva che le nazioni ricche dovessero sostenere i paesi sottosviluppati attraverso aiuti allo sviluppo come ad esempio aiuti economici, trasferimenti di conoscenze oppure programmi di investimento.
Il concetto di aiuto allo sviluppo si ispirava al Piano Marshall che fu attuato dagli Stati Uniti dopo la Seconda Guerra Mondiale con lo scopo di sostenere la ricostruzione dell’Europa Occidentale. Gli aiuti allo sviluppo dovevano dunque funzionare nello stesso modo: avrebbero stimolato la crescita economica e un crescente reddito pro capite e sarebbero stati immancabilmente legati ad un’agenda politica dello stato donatore.
Primo, Secondo e Terzo Mondo
Dopo le macerie della Seconda Guerra Mondiale, negli anni 50 si affermò una nuova organizzazione mondiale suddivisa in due grandi blocchi contrapposti, ciascuno capitanato da una superpotenza.
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Dopo le macerie della seconda guerra mondiale, negli anni 50 si affermò una nuova organizzazione mondiale suddivisa in due grandi blocchi contrapposti e capitanati da una superpotenza. Da una parte, gli Stati Uniti assieme agli stati alleati formavano il cosiddetto Primo Mondo. Questo blocco era composto dagli stati con un alto standard di vita come l’Australia, l’Argentina, la Corea del Sud e i principali stati dell’Europa occidentale.
Dall’altra parte, l’Unione Sovietica assieme ad altri stati socialisti formava il cosiddetto Secondo Mondo. Il blocco sovietico era caratterizzato dalla supremazia del partito comunista e da un’organizzazione socialista della società ed era composto dai paesi dell’Europa dell’Est come la Iugoslavia, ma anche dalla Cina, da Cuba e dall’Etiopia.
L’autodefinito Terzo Mondo invece comprendeva principalmente gli stati asiatici e africani che non facevano parte del Primo e Secondo Mondo. Generalmente, si trattava di quei paesi poveri alla ricerca di una migliore situazione economica e impegnati nella lotta contro il colonialismo e il razzismo.
Il conflitto tra il Primo Mondo (potenze occidentali) e il Secondo Mondo (blocco est) fu definito “Guerra Fredda”. Il Terzo Mondo si dichiarò neutrale al conflitto e non partecipò ad alcun blocco militare. Gli stati del Primo e Secondo Mondo lottarono duramente per imporre il proprio dominio sul Terzo Mondo in quanto era di primaria importanza diffondere ulteriormente la propria ideologia e dunque affermarsi economicamente e politicamente in nuovi territori. L’aiuto allo sviluppo fu la principale strategia per ottenere tali risultati.
Con la fine della guerra fredda, il termine Terzo Mondo viene utilizzato per identificare i «paesi in via di sviluppo» ovvero quegli stati che, secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale del Commercio WTO, sono definiti come poveri.
Sviluppo attraverso la crescita
Negli anni ‘60 si riteneva che il denaro fosse la chiave risolutiva dei problemi legati allo sviluppo. Si supponeva che il sottosviluppo fosse una conseguenza della mancanza di capitale e dunque si reputava necessario un intervento nei paesi poveri tramite crediti e sussidi. [read more=”Di più” less=”Di meno”]
Di conseguenza, ci si aspettava una crescita economica in grado di diminuire la povertà e il tasso di disoccupazione oltre che di creare effetti positivi nella società come ad esempio il miglioramento del sistema educativo e sanitario. La speranza era quella di riuscire a trasferire i benefici della crescita nei territori e settori più arretrati («teoria del trickle-down»). L’integrazione dei paesi in via di sviluppo nel mercato mondiale avrebbe dovuto operare come motore della crescita.
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Tuttavia, gli effetti sperati non si verificarono. Infatti, quando si esaminò l’effetto degli investimenti, si concluse che ancora una volta la povertà aveva il predomino. Infatti, i crediti concessi si disperdevano nelle mani di pochi eletti che si arricchirono personalmente. La maggioranza delle persone però rimaneva povera.
Un problema diretto del fallito metodo dei crediti fu il crescente indebitamento dei beneficiari. Infatti, nella speranza di un tanto decantato rapido sviluppo, tali crediti aumentarono sfociando però in corruzione, investimenti sbagliati e interessi inestinguibili.
L’enorme debito estero generato dai numerosi presiti fu una delle cause della mancata disponibilità finanziaria di molti paesi in via di sviluppo i quali, agli inizi degli anni ’80, si ritrovarono nel bel mezzo di una seria crisi economica, sociale e politica.
Soddisfare i bisogni primari
Dato che la strategia dello «sviluppo tramite crescita economica» si rivelò fallimentare, negli anni ‘70 venne proposta una nuova teoria: si suppose che la crescita sarebbe avvenuta una volta soddisfatti i bisogni primari dell’uomo.
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L’allora presidente della Banca Mondiale Robert McNamara sviluppò, dunque, la cosiddetta teoria dei basic needs, i cui slogan furono «cibo per tutti», «salute per tutti», «educazione per tutti» eccetera. Questa volta, al posto dei soldi, furono inviati nei paesi in via di sviluppo generi alimentari e altri beni primari e vennero messi a disposizione servizi educativi e sanitari.
Purtroppo però, anche negli anni‘70 la situazione non fu migliorata e la spedizione di beni primari generò un effetto collaterale inaspettato: l’allontanamento dei produttori locali dal mercato in quanto non sufficientemente competitivi con gli aiuti umanitari gratuiti.
Anche oggi questo fenomeno si verifica in maniera pressoché identica quando i prodotti sovvenzionati dagli stati industrializzati vengono esportati in paesi di via di sviluppo e qui venduti a prezzi drasticamente inferiori a quelli del mercato locale.
Aiuto all’auto-aiuto
Nell’Agenda 21 venne stabilito un nuovo approccio comune: il principio dell’«aiuto all’auto-aiuto». Perciò, le manovre di cooperazione allo sviluppo dovevano avere lo scopo di fornire alle popolazioni più svantaggiate le competenze necessarie per auto-aiutarsi. Ciò si sarebbe verificato, ad esempio, tramite la concessione di microcrediti che avrebbero incentivato forme di investimento autonome. Un altro approccio fu quello del sostegno allo sviluppo rurale che doveva permettere agli agricoltori di raggiungere ancora una volta l´autosufficienza.
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Il nuovo concetto introdotto dalla nozione di cooperazione allo sviluppo si concentrò sull’importanza dell’esistenza di un rapporto di collaborazione tra donatore e beneficiario e sulle caratteristiche locali del paese in questione.
Perciò, il nuovo approccio spostò considerevolmente l´attenzione sulle manovre di sviluppo intese all’autosufficienza economica, invece che su quelle promuoventi la dipendenza finanziaria. Conseguentemente, la povertà estrema si ridusse in maniera evidente.
Obiettivi di sviluppo del Millennio
Durante il Vertice del Millennio nel 2000, le Nazioni Unite stilarono un triste bilancio: più di un miliardo di persone viveva ancora in situazioni di estrema povertà. Più di 700 milioni di persone soffriva la fame, più di 115 milioni di bambini in età scolastica non era di grado di scrivere o leggere, a più di un miliardo di persone non era garantito l´accesso sicuro all´acqua potabile, più di due miliardi di cittadini invece, non avevano alcuna possibilità di ricevere prestazioni sanitarie. Tutte queste persone avevano perciò scarsissime possibilità di partecipare attivamente ai processi sociali, economici e politici del proprio paese.
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Come reazione alla disastrosa situazione mondiale, furono sviluppati otto «obiettivi di sviluppo del Millennio» (Millennium Development Goals oppure MDGs). A differenza degli approcci precedenti, gli obiettivi si rivelavano più completi, concreti e con un limite temporale per il raggiungimento degli stessi. Tra il 1990 e il 2015 la percentuale di popolazione vivente in condizioni di povertà estrema, per esempio, doveva essere ridotta della metà mentre il tasso di mortalità infantile doveva diminuire di due terzi.
Già nel 2010 uno dei principali obiettivi della MDGs venne raggiunto:la povertà assoluta mondiale dimezzò. A ciò contribuì, però, non solo la politica di cooperazione allo sviluppo, ma anche il boom economico scoppiato in paesi come la Cina e l´India. Anche se effettivamente non era possibile raggiungere tutti gli obiettivi del Millennio entro il 2015, alcuni miglioramenti furono evidenti: per esempio, un aumento del numero di ragazzi e ragazze frequentanti la scuola primaria, un migliore accesso all’acqua potabile e qualche successo in campo medico per quanto riguarda la lotta contro le malattie infettive (ad esempio, riduzione del tasso di mortalità infantile e materna e di infezione da HIV).
Obiettivi di Sviluppo Sostenibile
Nell’anno 2015, durante la Conferenza Generale delle Nazioni Unite vennero proposti gli «obiettivi di sviluppo sostenibile» (Sustainable Development Goals oppure SDGs) da raggiungere tra il 2016 e il 2030. Tra le tante, alcune ambizioni dell´agenda prevedono l´eliminazione della povertà e della fame mondiale assieme ad altri provvedimenti per la lotta al mutamento climatico e alle sue devastanti conseguenze. Un’altra priorità è volta alla tutela dell´ecosistema assieme alla promozione di politiche mirate alla crescita e sviluppo sostenibile.
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Rispetto agli obiettivi di sviluppo del Millennio, gli SDGs presenti nella nuova agenda tengono in considerazione non solo lo sviluppo sociale, ma anche altre dimensioni di sviluppo economico e soprattutto ecologico. Un´altra differenza sta nel fatto che, mentre gli MDGs furono concepiti essenzialmente per i paesi in via di sviluppo, gli SDGs sono pensati per tutti gli stati del mondo. Quest´ultimi, dunque, partono dal presupposto che ogni stato ha una grande responsabilità e perciò è chiamato a donare il proprio contributo.








