MOSTRA FAI DA TE

La mostra permette di dare uno sguardo alla storia e alle questioni attuali della cooperazione mondiale allo sviluppo.

Mostra con poster

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TEMATICHE

1. SVILUPPO

Chi si deve sviluppare?

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L’espressione «aiuto allo sviluppo» si manifestò per la prima volta dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale quando i paesi industrializzati si posero l’obiettivo di favorire lo «sviluppo» dei paesi più poveri con l’intento di eliminare la povertà globale.

Inizialmente, la parola «sviluppo» era utilizzata come sinonimo di crescita economica, ma ben presto si realizzò che non necessariamente una buona disponibilità finanziaria era in grado di garantire una più equa distribuzione di risorse oppure una più grande parità di opportunità. A partire dagli anni ’90, dunque, le Nazioni Unite iniziarono a calcolare l’indice di sviluppo umano considerando non solo il reddito, ma anche l’aspettativa di vita e la durata del periodo di formazione.

Il termine «sviluppo» è alquanto ambiguo perché presuppone che gli stati più poveri debbano svilupparsi, mentre i più ricchi no, in quanto già sviluppati. Sebbene gli stati industrializzati siano caratterizzati da un tasso inferiore di povertà, essi non possono di certo essere un gusto modello da imitare per gli stati «in via di sviluppo»: lo stile di vita disattento tipico degli stati industrializzati sta, infatti, mettendo a dura prova la vita del pianeta e quella dei cosiddetti «paesi in via di sviluppo» che, di fatto, rischiano di essere sfruttati più che aiutati.

Non per niente, infatti, i «paesi in via di sviluppo» si stanno battendo con insistenza per raggiungere lo sviluppo in maniera indipendente ed autonoma. Oggi, perciò, non si parla più di «aiuto allo sviluppo», ma piuttosto di «cooperazione allo sviluppo». Alla base di tutto ciò sta il concetto che l’eliminazione della povertà globale non può avvenire con il predominio dei paesi industrializzati sui «paesi in via di sviluppo», ma piuttosto attraverso la cooperazione.

Per questo motivo, le Nazioni Unite hanno approvato nell’anno 2015 gli «Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile» convinti che sia responsabilità di tutti gli stati quella di dare un proprio contributo personale per il miglioramento duraturo e sostenibile delle condizioni di vita della popolazione globale. Infatti, lo sviluppo sostenibile è proprio quello «sviluppo in grado di rispondere alle necessità del presente, senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare le proprie esigenze» (Rapporto Brundtland, 1992).

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2. POVERTÁ

Come si è sviluppata la povertà globale negli ultimi 25 anni?

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La percezione della povertà dipende fortemente dal contesto e essa è definita diversamente in ogni paese. La povertà che deriva dal confronto con il contesto sociale in cui una persona è inserita è definita povertà relativa.
Il termine povertà estrema o assoluta descrive invece una situazione particolare in cui un individuo non possiede i mezzi finanziari sufficienti per soddisfare i propri bisogni primari.

Le persone che si trovano in questa situazione vengono private di alcune risorse indispensabili per la sopravvivenza e, per l’ottenimento di esse, sono costrette a lottare quotidianamente. Fra gli altri, la povertà assoluta viene stimata tramite l’indice della speranza di vita, il reddito pro-capite, il tasso mortalità infantile oppure quello di natalità.

Anche se ancora più di un sesto della popolazione mondiale si trova in condizioni di estrema povertà, negli ultimi decenni il tasso di povertà è drasticamente diminuito. Nel 1960 morivano 20 miliardi di bambini prima del raggiungimento del quinto anno di vita, nel 2010, invece, meno di 8 milioni. Negli ultimi 25 anni è stato possibile dimezzare la percentuale di persone in estrema povertà. Entro il 2030 le Nazioni Unite si sono poste l’obiettivo di eliminare la povertà e la fame mondiale.

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3. STRATEGIE

Con quali strategie si combatte la povertà?

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Da sempre, i popoli hanno cercato di affrontare strategicamente i problemi della vita. Questo è avvenuto con la produzione di generi alimentari e il commercio, ma anche con le guerre contro altri popoli e il conseguente asservimento e sfruttamento dei nemici.

Il fatto che i paesi ricchi abbiano a cuore la povertà di altre persone e vogliano persino lottare per tutta l’umanità, è relativamente nuovo nella storia dell’uomo. Questo desiderio nasce, in primo luogo, dalla circostanza che la povertà causa instabilità politica comportando globalmente, e quindi anche nei paesi ricchi, conseguenze negative. In secondo luogo, perché effettivamente solo nel XX secolo, grazie all’avvento della tecnologia, fu possibile prevedere la possibilità di eliminare la povertà globale.

A partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, furono proposte diverse strategie per la lotta alla povertà. Tante di queste fallirono e ciò avvenne molto spesso perché l’interesse delle nazioni «soccorritrici» era messo in primo piano.
In poche parole, anche se non esiste una facile soluzione alla povertà, essa può essere combattuta solamente tramite una leale cooperazione tra paesi e persone.

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4. TRARRE PROFITTO

Sono gli stati industrializzati a trarre profitto dai paesi in via di sviluppo, o è viceversa?

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Le strategie per la lotta alla povertà sono ambigue. Indiscutibile è invece il fatto che il denaro della cooperazione allo sviluppo compone solo in piccola parte il denaro totale che affluisce nei paesi in via di sviluppo.

I migranti che si spostano per lavoro negli stati industrializzati, ad esempio, riversano quanto guadagnato nelle banche dei loro paesi d’origine. Anche gli investimenti diretti all’estero nell’economia tendono a essere maggiori dei sussidi offerti dagli altri stati.

Tutti questi flussi di capitale sono però messi in secondo piano da quelli che, invece, confluiscono nelle banche degli stati industrializzati partendo dai paesi in via di sviluppo: si tratta, per esempio, di denaro riciclato, profitti aziendali oppure riserve monetarie accumulate su conti all’estero. Solamente la quantità di fondi in nero sperperati nei paradisi fiscali supera di più di nove volte la quantità di capitali adoperati per la cooperazione allo sviluppo. Inoltre, gli stati industrializzati traggono profitto anche dalla manodopera qualificata dei paesi in via di sviluppo dove non è necessario coprire i costi di formazione e dalle materie prime facilmente reperibili, molto economiche, in seguito trasformate, vendute e tassate nei propri paesi. Per ogni euro che confluisce nei paesi in via di sviluppo, ne ritornano due nelle casse dei paesi più ricchi. Le pratiche fiscali moralmente discutibili dei gruppi industriali internazionali sono in questo momento ancora legali.

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5. DONAZIONI

Quanto della mia donazione dovrebbe giungere direttamente ai bisognosi?

Spenden
Tra i donatori e i bisognosi sono solitamente collocate delle organizzazioni dei paesi industrializzati che si occupano di raccogliere le donazioni, di amministrare, trasmettere e organizzare campagne pubblicitarie per raccogliere ulteriori offerte. Tutto questo causa costi che vengono detratti dalle donazioni. Ma questo non sarebbe augurabile, giusto? Come mai ogni centesimo non giunge a destinazione?

Molti paesi industrializzati destinano parte del loro capitale agli aiuti umanitari. Una parte di questo, però, confluisce in cooperazioni allo sviluppo di tipo bilaterale. In questo caso, l’aiuto viene offerto tramite la realizzazione di progetti nei paesi in via di sviluppo che vengono gestiti direttamente dallo stato oppure in Europa da organizzazioni intermediarie.

Perché i governi non donano direttamente somme di denaro ai bisognosi? E perché neppure direttamente ai progetti?
Per garantire che le donazioni abbiano successo e producano qualche risultato, sono state istituite delle organizzazioni intermediarie che hanno il compito di stabilire, assieme ai partner di progetto, gli obiettivi e i meccanismi di controllo da attuare. Probabilmente, se non ci fossero queste organizzazioni, i capitali donati non sarebbero impiegati in maniera sostenibile e, addirittura, potrebbero non pervenire ai bisognosi.

Sembra naturale che le imprese propongano i propri prodotti, impieghino alti dirigenti e realizzino profitti. Al contrario, però, dagli impiegati presso associazioni di utilità pubblica ci si aspettano prestazioni di volontariato o quantomeno minimamente retribuite, nessuna operazione pubblicitaria per i propri progetti e nessun investimento in programmi d’innovazione. Di conseguenza, le organizzazioni senza scopo di lucro tendono a rimanere di piccole dimensioni e, per questo, si rivolgono solamente a gruppi ristretti di bisognosi. Tuttavia, per combattere globalmente la povertà, sono necessarie grandi organizzazioni ed esperti ben retribuiti.

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6. IMPEGNO

Perché ti impegni per gli altri?

Engagement

Perché le persone si impiegano per gli altri? Perché fanno volontariato, donano fondi, si impegnano in politica a favore dei più bisognosi, dedicano parte del loro tempo al prossimo?

Viaggiare mezzo mondo con l’intenzione di salvare l’umanità si può definire davvero impegno per il prossimo? È veramente opportuno dare il proprio contributo in terre lontane e sconosciute dove si parla una lingua diversa? Oppure è più efficace impiegarsi per i più bisognosi direttamente dove si vive, presso le proprie famiglie, paesi e terre, dove si conosce la propria gente e i bisogni da soddisfare?

Molte sono le persone impegnate quotidianamente per il prossimo. Tuttavia, non è sempre facile stabilire dove l’impegno personale sia davvero significativo. A tal proposito, la storia della cooperazione allo sviluppo mostra come anche le azioni effettuate con le migliori intenzioni non sempre abbiano risvolti positivi ma, al contrario, possano causare gravi danni.

Nonostante ciò, vale la pena essere solidali. Perché nascere in un paese ricco non è un merito ma piuttosto una fortuna. E, in realtà, anche all’interno delle nostre piccole comunità ognuno di noi incontra diverse possibilità in base al proprio sesso, etnia o percorso formativo. Queste opportunità sono sicuramente più evidenti nei paesi industrializzati rispetto ai paesi in via di sviluppo.

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7. STIMA

Può l’aiuto allo sviluppo incidere sulla stima?

Würde
Da un giorno all’altro, le improvvise catastrofi naturali o i conflitti possono rendere una persona da indipendente a bisognosa. Gli tsunami o i terremoti possono distruggere case, interrompere il rifornimento di cibo ed elettricità, paralizzare la vita pubblica.

Generalmente, gli aiuti internazionali vengono forniti immediatamente con l’intento di ripristinare al più presto la situazione. Idealmente, dunque, i bisognosi tornerebbero in poco tempo di nuovo indipendenti.

La povertà globale non è un fenomeno inaspettato. Molte persone nascono già in situazioni di povertà e non accedono ad un’adeguata alimentazione oppure ai servizi sanitari ed educativi. Ne consegue che rimane molto difficile migliorare significantemente lo stile di vita di tali persone. Gli aiuti finanziari o i beni forniti possono addirittura risultare pericolosi in quanto risolvono solo le situazioni temporanee e creano dipendenze. Sia per il donatore che per il beneficiario, ciò comporta un problema in quanto, in questa maniera, la prospettiva di creare indipendenza e autodeterminazione svanisce.

Durante gli anni ’90, le politiche per lo sviluppo vennero rivisitate e, in particolare, fu esplicitato il loro focus principale: «l´aiuto all´auto-aiuto» basato sulla collaborazione tra paesi donatori e beneficiari. Ciò che teoricamente venne stabilito, fu però difficile da trasformare in realtà. Tuttavia, il principio fondamentale è tuttora ben chiaro: lo scopo della cooperazione allo sviluppo è quello di rendersi non indispensabili.

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